Gli Stati Uniti si preparano a un blocco prolungato dei porti iraniani. È il Wall Street Journal a riferire che Donald Trump ha scelto di continuare a mantenere sotto pressione l'economia di Teheran, dopo avere valutato che una ripresa dei bombardamenti o un ritiro unilaterale dal conflitto porterebbero con sé rischi maggiori. L'"assedio", è il calcolo americano, dovrebbe spingere l'attuale regime di Teheran a cedere sul programma nucleare: le richieste di Washington prevederebbero uno stop di almeno 20 anni e ulteriori limiti dopo la scadenza. E tuttavia, anche il mantenimento del blocco non è privo di conseguenze, sia economiche che politiche: dai prezzi della benzina in continuo aumento, alla ripresa dell'inflazione, alle ricadute elettorali per i Repubblicani in vista delle elezioni di midterm di novembre. È per questo che il presidente ha convocato martedì alla Casa Bianca i principali dirigenti delle aziende petrolifere e del gas americane, per discutere delle ripercussioni energetiche della guerra, a fronte di un prolungato blocco del Paese. Al centro delle discussioni, ha spiegato una fonte della Casa Bianca, "le misure che potremmo adottare per prolungare l'attuale blocco per mesi, se necessario, e minimizzare l'impatto sui consumatori americani". Tradotto: l'aumento della produzione interna, il petrolio estratto nel "protettorato" del Venezuela, i futures sul petrolio, il gas naturale e il trasporto marittimo. Le misure finora attuate, come la sospensione del Jones Act, che limita alle sole navi di costruzione e proprietà Usa i trasporti tra i porti americani, si sono rivelate un palliativo. Il prezzo medio della benzina negli Usa è attualmente di 4,23 dollari al gallone. Si tratta del prezzo più alto dall'inizio della guerra e il più alto dal 2022.
La strategia a lungo termine di Trump rischia di scontrarsi anche con i limiti imposti dalla legge ai suoi poteri di guerra. Venerdì il conflitto supererà la soglia dei 60 giorni. Una tappa fondamentale ai sensi del War Powers Act, che consente al presidente di usare la forza militare in presenza di una "minaccia imminente" per il Paese, ma prevede per questa scadenza un'autorizzazione del Congresso o uno specifico atto legislativo per continuare le operazioni belliche. Un'ulteriore proroga di 30 giorni è prevista a discrezione del presidente, ma solamente per ritirare "in sicurezza" le truppe.
I Democratici sostengono che l'Iran non abbia mai rappresentato una minaccia di questa portata per gli Stati Uniti e in questi due mesi hanno presentato numerose risoluzioni, finora tutte respinte dal partito del presidente, per fermare il conflitto. È tuttora in corso un dibattito per stabilire se l'attuale cessate il fuoco con Teheran possa comportare la sospensione del computo dei termini previsti dal War Powers Act. Allo stesso tempo, diversi Repubblicani chiedono che i passaggi parlamentari previsti dalla legge vengano rispettati. Tra gli altri, la senatrice dell'Alaska Lisa Murkowski sta lavorando alla stesura di una risoluzione da sottoporre al voto del Senato, dove la maggioranza a favore del presidente è tutt'altro che scontata. Anche alla Camera, dove i Repubblicani hanno margini poco più che risicati, l'esito è incerto, considerando l'impopolarità della guerra e la scadenza elettorale di novembre. Nel frattempo, il Pentagono ha riferito al Congresso che il conflitto è finora costato 25 miliardi di dollari.