Tensioni, scambi di accuse reciproche e, soprattutto, un Pd prigioniero dei suoi tatticismi. Il primo via libera della Camera al ddl costituzionale per attribuire maggiori poteri a Roma Capitale passa con 159 "sì", 33 "no" e 55 astenuti. Favorevoli Fdi, Forza Italia, Lega, Noi Moderati e Azione, contrari M5s e Avs, astenuti Pd e Iv. Con un paradosso annunciato: il Partito democratico decide di non sostenere un provvedimento fortemente voluto da uno dei suoi esponenti più in vista, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Che, non a caso, in questi mesi ha collaborato in prima persona con Palazzo Chigi.
Una postura, quella del Pd, che è il frutto di strategie comunicative e gelosie interne al Nazareno. Sul primo fronte, hanno pesato soprattutto due fattori. Da una parte la difficoltà di spiegare al proprio elettorato un voto condiviso con il centrodestra su una riforma costituzionale a poco più di un mese dal referendum che ha visto maggioranza e opposizione darsele di santa ragione proprio su un'altra riforma costituzionale. Dall'altra la volontà di non spaccare il cosiddetto "campo largo" al primo appuntamento parlamentare di peso dopo la vittoria referendaria. Ma ci sarebbe anche un secondo fronte, meno politico e più personale. La segretaria dem Elly Schlein, infatti, non avrebbe affatto gradito l'attivismo di Gualtieri e le sue ripetute visite a Palazzo Chigi per mettere a punto il testo del provvedimento. E anche questo avrebbe inciso sulla decisione di astenersi. Ancor più paradossale alla luce del fatto che persino la Lega ha votato a favore, seppure dopo aver incassato il via libera a un ordine del giorno firmato dal vicecapogruppo leghista Igor Iezzi che impegna il governo a "valutare l'idea di riconoscere" poteri pari a quelli di Roma Capitale anche ad altri comuni capoluogo di città metropolitane, come per esempio Milano. Una semplice dichiarazione d'intenti, certo, ma che per il Carroccio ha comunque un suo valore politico.
Il compromesso del Pd, invece, è stata l'astensione. Con il rischio concreto che nei prossimi passaggi parlamentari i dem debbano venire a più miti consigli, a meno di non voler davvero rischiare di approvare la riforma tanto cara a Gualtieri senza i due terzi dei voti del Parlamento, circostanza che la renderebbe soggetta al referendum confermativo esattamente come accaduto per la separazione delle carriere. È lo stesso sindaco, infatti, ad ammettere che "sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio", anche se il via libera della Camera "è comunque un fatto positivo".
Non è un caso che, passata poco più di mezzora dal voto di Montecitorio, sia proprio Giorgia Meloni a puntare il dito contro i dem. "Registriamo con amarezza e stupore la decisione del Pd di astenersi", dice la premier. Una scelta che "colpisce molto" perché, "il testo del ddl costituzionale ha raccolto le proposte presentate dal sindaco Gualtieri". Insomma, "oggi il Pd decide di non rispettare gli impegni presi e di interrompere un processo costituente pienamente condiviso" e che "aveva visto il pieno coinvolgimento di Campidoglio e Regione Lazio".
Poi l'affondo: "È impossibile accogliere l'invito del Pd a fare riforme condivise se poi è lo stesso Pd a non votare una riforma condivisa e che rafforza il ruolo istituzionale della Capitale". Insomma, "oggi si interrompe un processo costituente e i responsabili di questa scelta hanno nomi e cognomi. Il Pd e Gualtieri dovranno rendere conto di questa scelta di fronte ai cittadini".