Si narra - ma forse è leggenda, e le versioni oscillano tra polli e maiali - che in Texas Lyndon B. Johnson, in piena campagna elettorale, suggerì di far circolare la voce che il suo avversario avesse rapporti con gli animali del suo ranch. "Ma non è vero", obiettarono. "Lo so" rispose "ma voglio costringerlo a negarlo". È tutta qui la grammatica di una certa politica (e di un certo giornalismo): non dimostrare, ma obbligare l'altro a difendersi da qualcosa di indicibile, così che l'immagine turpe gli resti comunque appiccicata.
Martedì, Cartabianca, Rete 4. Trascrizioni (letterali).
Sigfrido Ranucci (Report, Rai 3 in trasferta a Mediaset): "Nordio sarebbe andato dove una fonte ci avrebbe detto di aver visto Nordio...sarebbe andato nei primi giorni di marzo in Uruguay e che avrebbe visto Nordio nel ranch di Cipriani, il ranch proprio dove si sarebbero consumati...".
Bianca Berlinguer (coprendo il finale scollacciato): "Quindi Nordio, ministro della Giustizia, mentre in qualche modo, poi magari non c'entra niente, però comunque mentre istruiva questa pratica da dare al Quirinale per chiedere la grazia per Nicole Minetti che già scontava questi tre anni di condanna ai servizi sociali, sarebbe andato in quel ranch dove la Minetti viveva con Giuseppe Cipriani (che è il figlio di Arrigo), collegato anche lui a Epstein perché erano soci e quindi avrebbe incontrato direttamente queste due persone. Perché sono quelli che poi hanno adottato il bambino".
Ranucci: "Esatto".
Esatto, che cosa? Esatto: questa non è una notizia, è un cappio. Qui non siamo allo scandalo documentato: siamo alla catena evocativa che impicca Carlo Nordio all'Uruguay, a un ranch con donne, bambini e champagne, a Nicole Minetti, ai Cipriani e, per interposto legame, a Jeffrey Epstein. Una concatenazione che, per la proprietà transitiva dell'orrore, trasferisce Nordio nel mondo infame del miliardario pedofilo. Non c'è un'accusa: c'è un montaggio. "Sarebbe", "avrebbe", "una fonte". Il condizionale come paracadute, l'allusione come motore.
Poi arriva la smentita del ministro. Lineare, inevitabile. Ma il punto è proprio quello: costringerlo a smentire. Il resto si deposita da sé nella memoria di chi ascolta. E intanto la cronologia - che pure esiste - viene trattata come un dettaglio fastidioso: la visita ufficiale in Argentina e Uruguay è del 1-3 marzo 2025; la richiesta di grazia giunge al Quirinale e al ministero della Giustizia parecchi mesi dopo; la concessione è di febbraio dell'anno dopo. Sequenza elementare, che però non serve alla narrazione, perché la narrazione non cerca il vero: cerca il verosimile.
E allora si invoca la clausola di salvaguardia: non era una notizia, era un'ipotesi. Dunque tutto lecito? Se basta dire "una fonte", se basta il condizionale per mettere insieme nomi e ombre, allora si può costruire qualsiasi cosa: anche la più implausibile, purché sia raccontata con quella luce livida che non illumina i fatti, ma li deforma.
Non si fa. Non si dovrebbe fare. Non è questione di difendere questo o quello: è questione di metodo. Perché adottando questo schema si può colpire chiunque, inchiodandolo a una diceria ben congegnata. E poi, con aria innocente: "Ma noi non abbiamo detto che fosse vero". Così Nordio - o meglio, il suo fantoccio fabbricato in studio - viene trascinato in scena e malmenato davanti al popolo televisivo. Poi il ministro, pur preso nel gioco, trova il colpo di reni: "Non esiste al mondo. C'è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico".