Mentre il Parlamento si prepara al passaggio cruciale sul Documento di finanza pubblica 2026, con la maggioranza impegnata a definire la propria linea in vista del voto di Camera e Senato e con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti pronto a replicare alle opposizioni, il centrosinistra si presenta compatto con una risoluzione unitaria che più che un contributo realistico alla politica economica nazionale appare come un programma elettorale costruito sulla vecchia ricetta della sinistra: aumentare la spesa pubblica, espandere l’intervento statale e scaricare i costi sulla fiscalità generale. Un vero e proprio ritorno al tradizionale schema ideologico della sinistra italiana: tassa, spendi e rinvia ogni vero nodo strutturale.
Il documento sottoscritto da Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva e +Europa si configura infatti come un vero e proprio manifesto politico che punta a smontare l’impostazione di rigore sui conti pubblici per sostituirla con una massiccia espansione della spesa statale. La richiesta di “promuovere una revisione del patto di stabilità che abbia come obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, senza ricorrere a politiche di austerità” è il primo tassello di una visione che punta ad allargare i margini di bilancio senza però chiarire chi pagherà il conto finale. E in un Paese dove la pressione fiscale resta già attorno al 43% del Pil, la risposta appare piuttosto evidente: famiglie, professionisti, imprese e soprattutto quel ceto medio che continua a rappresentare il principale bancomat fiscale dello Stato.
L’intera architettura della risoluzione ruota attorno a un’espansione simultanea della spesa su sanità, scuola, edilizia pubblica, salari, sostegno ai redditi, transizione ecologica, trasporti, Mezzogiorno e pubblica amministrazione. Le opposizioni chiedono di “incrementare il livello della spesa sanitaria”, di aumentare strutturalmente le risorse per istruzione e ricerca, di rifinanziare casa, trasporto pubblico e welfare locale, di introdurre nuove politiche salariali e addirittura una riforma previdenziale che “contempli nuove forme di flessibilità in uscita”. In altre parole, più pensionamenti anticipati, più spesa corrente, più apparato pubblico. Tutto questo mentre l’Italia continua a confrontarsi con vincoli di debito enormi e con una necessità opposta: rendere il sistema più competitivo, non più gravato.
Particolarmente significativa è poi la parte fiscale, dove emerge con chiarezza l’impostazione redistributiva della coalizione progressista. La proposta di “ridurre drasticamente i regimi sostitutivi” e di introdurre una “riforma della tassazione dei profitti straordinari” rappresenta il classico approccio punitivo verso imprese, investimenti e produzione. Gli extraprofitti diventano ancora una volta il bersaglio simbolico di una visione che considera il fisco non come leva di sviluppo ma come strumento di redistribuzione politica. Un’impostazione che rischia di deprimere investimenti, scoraggiare crescita e rendere ancora più fragile il tessuto produttivo nazionale.
Sul fronte energetico e ambientale, la linea di Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni e Renzi conferma inoltre una spinta fortemente orientata verso la transizione ecologica accelerata, con ulteriori vincoli, nuovi obiettivi climatici e un rafforzamento delle politiche green. Anche qui il principio è chiaro: più regolazione, più investimenti pubblici, più costi. Ma senza una reale strategia industriale, il rischio concreto è quello di scaricare ulteriori oneri su famiglie e imprese, già provate dal caro energia e dall’inflazione.
A emergere è quindi una visione economica che non sembra aver tratto alcun insegnamento dagli anni recenti. Dopo stagioni segnate da crisi energetica, stagnazione salariale, rallentamento produttivo e pressione fiscale elevatissima, il campo largo progressista torna a proporre la solita medicina: più Stato, più spesa, più tasse. Una formula che sulla carta promette protezione universale, ma che nella realtà rischia di comprimere ulteriormente la crescita e impoverire proprio quella classe media che oggi più di tutte sostiene il peso del sistema.
La prudenza di Giorgetti e della maggioranza si scontra così con un’opposizione che continua a inseguire un programma economicamente costoso, politicamente ideologico e finanziariamente fragile. Dietro gli slogan su equità e inclusione, la risoluzione unitaria delle opposizioni conferma una linea che appare distante dalle esigenze concrete di produttività, competitività e alleggerimento fiscale di cui il Paese avrebbe bisogno. Per Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni e Renzi, il principio resta invariato: spendere di più, tassare di più, redistribuire di più. Ma per milioni di italiani già messi a dura prova da anni di crisi, questa non sembra affatto la strada verso il rilancio, bensì l’ennesimo rischio di stagnazione e impoverimento.

