L’Australia punta a tassare le piattaforme internet

Scritto il 30/04/2026
da Gabriele Laganà

Senza accordi con gli editori i giganti del web rischiano di dover pagare allo Stato il 2,25% dei ricavi realizzati in Australia

In diversi Paesi se ne parla da tempo, ma ora sembra che almeno in Australia si sia vicini ad una svolta per quanto riguarda una delicata questione che coinvolge giornalisti, editori e giganti della Silicon Valley: chi paga il giornalismo nell’era delle piattaforme. Bisogna evidenziare, e questo è il cuore del dibattito a livello mondiale, che le notizie scritte dai giornalisti e pubblicate sulle piattaforme alimentano i feed. I feed, a loro volta, generano ricavi pubblicitari. E allora, ci si chiede, perché non pagare chi lavora nel mondo dell’informazione e dà il via a questa catena?

Il governo australiano, guidato dal laburista Anthony Albanese, ha lanciato la proposta chiamata “News Bargaining Incentive”, una sorta di incentivo (guai a chiamarla tassa) pensata per costringere Meta, Google e TikTok ad aprire il portafoglio con gli editori. In parole povere, spiega IlSole24Ore, chi non firma accordi commerciali con le testate dovrà versare allo Stato il 2,25% dei ricavi realizzati in Australia.

La bozza dovrebbe arrivare in Parlamento entro luglio. Si punta a raccogliere almeno 250 milioni di dollari l’anno. Il denaro, però, non finirà nelle casse dello Stato ma sarà distribuito alle imprese editoriali in base al numero di giornalisti impiegati.

Sulla questione il premier australiano è stato netto. Albanese ha spiegato che il lavoro dei giornalisti “non dovrebbe essere semplicemente preso da una grande multinazionale e utilizzato per generare profitti per quell’organizzazione senza un adeguato compenso”.

Il ministro delle Comunicazioni Anika Wells ha evidenziato che “le persone si informano sempre più spesso direttamente tramite Facebook, TikTok e Google. E crediamo che sia giusto che le grandi piattaforme digitali contribuiscano al duro lavoro giornalistico che arricchisce i loro contenuti e che genera i loro ricavi”.

Di tutt’altro parere la posizione delle piattaforme. “Le testate giornalistiche pubblicano volontariamente contenuti sulle nostre piattaforme perché ne traggono vantaggio”, ha fatto sapere Meta aggiungendo che “questa proposta di legge, che si applicherebbe alle piattaforme a prescindere dal fatto che i contenuti giornalistici siano presenti o meno sui nostri servizi, non è altro che una tassa sui servizi digitali”.

Altrettanto dura la difesa di Google che, rivendicando accordi commerciali con oltre 90 aziende giornalistiche locali, ha spiegato che la misura ideata dal governo australiano “ignora” il fatto che l’azienda “abbia già accordi commerciali con l’industria dell’informazione” ed esclude arbitrariamente Microsoft, Snapchat e OpenAI proprio in un periodo in cui l’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con il quale le persone si informano.