Chissà se sarà il solito fuoco di paglia. La telefonata di ieri tra Donald Trump e Vladimir Putin, con l'ormai consueto annuncio di una tregua e di un accordo di pace praticamente pronto, sempre che "Zelensky accetti le proposte già delineate", come ha detto il consulente del Cremlino Yuri Ushakov, sembra rispondere a un copione già visto. A essere cambiata è la situazione in Russia.
Ieri, prima del colloquio tra i due presidenti, era arrivata un'altra notizia: per la prima volta in 20 anni la parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa si svolgerà senza mezzi militari. Nel 2025, anche per via dell'anniversario "rotondo", la celebrazione della "Grande guerra patriottica" si era trasformata in una solenne sfilata di capi di Stato. Quest'anno sembra destinata a svolgersi in tono ridotto. Colpa della "situazione operativa" hanno detto le fonti ufficiali. Ma l'impressione degli analisti è che i vertici militari non abbiano dato le necessarie rassicurazioni relative a un possibile attacco ucraino. Rispetto a un anno fa il Cremlino sembra giocare in difesa. Non tanto per quanto riguarda la situazione al fronte, che resta praticamente immutata, anche se gli stessi blogger militari russi citano spesso la sempre più evidente prevalenza dei droni di Kiev. A essere cambiato è soprattutto il clima interno. Il fatto di aver affidato all'Fsb il controllo di Internet, con il tentativo di mettere fuori gioco Telegram e di bloccare ogni tipo di attività online nelle città maggiori, e soprattutto a Mosca, ha provocato disagio e proteste. Per la prima volta è emersa alla superficie una spaccatura evidente all'interno dell'élite di potere. Da una parte i civili, rappresentati, sia pure con toni felpati, dal ministro dello sviluppo digitale Maksut Shadayev, che nei giorni scorsi ha ribadito che "un'internet ad alta velocità è tra le necessità vitali dei cittadini" e sottolineato le conseguenze economiche negative del ritorno a un mondo off-line; dall'altra le forze di sicurezza, impegnate nello sforzo di guerra.
L'aspetto più interessante della vicenda è che Putin ha sentito il bisogno di entrare nella discussione. In un discorso rivolto ai deputati della Duma ha detto che "non bisogna insistere troppo con i divieti", senza per altro annunciare il minimo allentamento. Secondo l'autorevole giornale online The Bell, è una tecnica sperimentata: consente al Cremlino di andare avanti per la propria strada, dando la colpa a qualcun altro, nel caso specifico all'assemblea legislativa a cui, indirettamente, vengono attribuiti i divieti. È il gioco dello "zar buono" a cui i "boiardi cattivi" non danno le necessarie informazioni o nascondono la verità. Nella storia russa il meccanismo ha (quasi) sempre funzionato. Ed è lo stesso schema secondo cui si è mossa la blogger da 10 milioni di follower e casa a Montecarlo, Victoria Bonya. L'ex star tv aveva lanciato un appello a Putin, dicendo che ormai faceva paura ai suoi concittadini i e che qualcosa doveva cambiare. Il propagandista Vladimir Solovyev (quello che ha insultato Giorgia Meloni) l'aveva definita "vecchia putt..." e "agente di Zelensky". Poi, sorpresa, un paio di giorni fa, l'ha invitata in trasmissione e in una chiacchierata durata circa 40 minuti le ha chiesto scusa. Alla fine i due si sono lasciati d'amore e d'accordo, convenendo sull'utilità del dialogo e del confronto.
L'impressione è che la propaganda abbia dovuto registrare e dare in qualche misura sfogo al malessere strisciante della popolazione. Con l'obiettivo, ovvio, di rimettere tutti in linea. Il segnale non è esaltante per i vertici del Cremlino, che per l'esito della guerra può però continuare a far leva sulle piroette del volubile Trump.

