Salvi i "giganti" di Pablo Escobar. Dalla Colombia andranno in Asia a casa del più ricco dei maragià

Scritto il 30/04/2026
da Paolo Manzo

Dalla morte del re della droga, gli ippopotami vagano nelle campagne e terrorizzano la gente

"Io sto con gli ippopotami", celebre film di Bud Spencer e Terence Hill di fine anni 70, oggi potrebbe avere un nuovo protagonista: Anant Ambani, figlio del magnate più ricco dell'Asia che si è offerto di salvare i "cocaine hippos", gli ippopotami più famosi del pianeta, quelli appartenuti a Pablo Escobar.

Creature che sembrano uscite da una sceneggiatura scritta a quattro mani da García Márquez e Quentin Tarantino. La storia comincia negli anni 80 quando il re del cartello di Medellín, l'uomo che faceva piovere cocaina sugli Stati Uniti, decide di costruirsi un regno tropicale personale nella sua Fattoria Napoli, a metà strada tra Jurassic Park e una Disneyland del narcotraffico. Importa giraffe, elefanti, zebre, leoni e quattro ippopotami africani, un maschio e tre femmine. Un narcotrafficante normale compra Ferrari. Escobar voleva un safari.

Poi il boss muore nel 1993, abbattuto dalla polizia su un tetto di Medellín ma gli ippopotami restano. "Sono pacifici", dissero allora le autorità locali. Una frase destinata a entrare nella storia delle peggiori previsioni della fauna mondiale perché nel frattempo il Magdalena, il grande fiume colombiano, si trasforma nel paradiso perfetto per quei bestioni: acqua, vegetazione, caldo tropicale, nessun predatore e, soprattutto, zero leoni. Gli ippopotami si moltiplicano con l'efficienza di un cartello della droga, da quattro diventano venti, poi 80, poi 200. Oggi vagano nelle campagne colombiane, sbucano di notte davanti ai fari delle moto, entrano nei cortili delle scuole, distruggono coltivazioni, attaccano pescatori e terrorizzano contadini. Per questo la Colombia, dopo anni di sterilizzazioni fallite, traslochi impossibili e proteste animaliste, ha deciso di abbatterne 80. E lì entra in scena il trentenne Ambani, erede dell'impero Reliance Industries, la più grande società del settore privato indiano, e protagonista di matrimoni miliardari da mille e una notte. Questo "Maragià dei Due Mondi" ha annunciato di voler trasferire gli ippopotami nel suo gigantesco santuario per animali nel Gujarat, in India occidentale. "Non hanno scelto loro dove nascere" ha dichiarato con tono quasi gandhiano. "Abbiamo il dovere morale di salvarli". Una scena irresistibile: gli ippopotami di Escobar salvati dal figlio dell'uomo più ricco d'Asia. La fauna del narcotraffico riscattata dal capitalismo globale. Netflix sta già prendendo appunti.

Naturalmente non tutti applaudono. Il centro Vantara degli Ambani oltre 1.400 ettari tra elefanti, tigri e primati è stato criticato da associazioni animaliste che lo accusano di essere più un gigantesco zoo privato di lusso che un vero progetto di conservazione. In India perfino la Corte Suprema ha chiesto verifiche sulle acquisizioni degli animali. Del resto gli ippopotami di Escobar non potevano finire in una storia normale.

Sono il monumento involontario a un'epoca in cui i narcos volevano sentirsi faraoni tropicali. I "cocaine hippos" sono l'ultima eredità vivente dei narcos colombiani: non soldi, non armi né ville ma animali enormi che continuano a riprodursi come una metafora biologica del caos lasciato da Escobar. E mentre il mondo discute se sterilizzarli, abbatterli o spedirli dall'altra parte del pianeta su cargo speciali degni di un kolossal hollywoodiano, loro continuano semplicemente a fare ciò che fanno gli ippopotami, ovvero mangiare, accoppiarsi, fissare gli esseri umani con quell'aria tra il candido e il minaccioso.