Vent'anni dopo, il diavolo è ancora firmato Prada, ma oggi non si muove più solo tra redazioni patinate e tacchi vertiginosi: prende voli in economy, inciampa negli algoritmi, nel politicamente scorretto e affronta la giungla dei social network con la stessa freddezza di sempre. Ed è proprio qui che Il Diavolo Veste Prada 2 si prende la scena: non come semplice sequel, ma come evento che rientra in punta di piedi e conquista tutto lo spazio senza alzare la voce. Non è nostalgia, non è operazione amarcord: è un reboot culturale mascherato da ritorno, un aggiornamento di sistema per una generazione cresciuta tra ambizione, estetica e deadline che non lasciano scampo. Così Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nelle eleganti strade di New York e nei lussuosi uffici di Runway con una chimica che non ha perso smalto. Anzi, è diventata più affilata, più ironica, più consapevole. Il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna riprendono le redini con mano sicura, dimostrando che il tempo può cambiare il mondo, ma non la forza di una buona storia.
La trama è croccante, come una pagina di rivista appena stampata. L'editoria di moda è cambiata, gli influencer hanno preso il sopravvento e la pubblicità detta legge. I budget vengono tagliati, le redazioni si assottigliano e i commenti sui social diventano armi affilate. Miranda Priestly, regina indiscussa del glamour, si ritrova improvvisamente sotto assedio: accusata di rappresentare un mondo passato, giudicata con la velocità brutale di un feed che scorre senza pietà. Il suo stile, un tempo venerato, oggi viene discusso, criticato, perfino ridicolizzato. Eppure, Miranda resta Miranda. Fredda, lucida, elegantissima. E sempre un passo avanti.
Il ritorno di Andy Sachs è il vero motore narrativo del film. Non più assistente impacciata, ma giornalista d'inchiesta affermata e premiata, appena licenziata per un taglio dei costi che suona fin troppo familiare. Il destino la riporta a Runway, dove la pubblicità ora conta più delle parole e dove le alleanze si costruiscono con la stessa precisione di un outfit couture. E qui rientra in scena Emily, oggi potente direttrice della comunicazione della maison Dior e determinata a dimostrare di aver imparato tutto dalla sua ex capa. Anche troppo. Il film diverte con colpi di scena gustosi: il viaggio in classe economica per la settimana della moda a Milano - sì, anche per Miranda - è una gag che strappa risate vere, mentre la performance di Lady Gaga, che interpreta la colonna sonora già in cima alle classifiche, regala uno dei momenti più spettacolari della pellicola. Tra un morto improvviso, un'intervista decisiva all'ex moglie di un magnate della tecnologia - che potrebbe essere Jeff Bezos - e i due camei di Donatella Versace e Marc Jacobs, la storia scorre veloce, con il ritmo serrato di una sfilata.
E poi ci sono i look. Pazzeschi, ricercatissimi, quasi ipnotici. Merito della costumista Molly Rogers, che costruisce un guardaroba da sogno: dal maestoso abito da sera di Miranda firmato Balenciaga (by Pierpaolo Piccioli) al trionfo di tessuti e accessori di Dolce&Gabbana, Bottega Veneta, Sa Su Phi, Maison Margiela, Gabriela Hearst, Valentino solo per citarne alcuni. Ogni outfit è un personaggio, ogni accessorio una dichiarazione di potere. Non stupisce che quasi tutti i brand abbiano stretto partnership con la produzione: se il primo film del 2006 costò 35 milioni di dollari e ne incassò oltre 326 in tutto il mondo, qui il budget sembra davvero aver indossato un abito senza limiti (stimato in 100 milioni di dollari). A rendere credibile il dietro le quinte della moda è stato anche il lavoro di professionisti del settore. Tra questi, Mattia Bertocco, fondatore e produttore esecutivo della MB Agency di Milano, consulente moda e direttore della sfilata, girata all'Accademia di Brera con la performance (coreografata da Luca Tommassini) di Lady Gaga, che racconta: «All'interno del film il mio lavoro è stato coordinare 48 modelle, insieme a trucco e parrucco, gestendo il backstage e la collezione in tempo reale, con l'obiettivo di rendere ogni dettaglio il più autentico possibile». E ancora: «La scena con Meryl Streep è stata totalmente inaspettata. Abbiamo parlato per circa 40 minuti di moda e di ricambio generazionale, quasi fosse un Circle of Life alla Re Leone. A un certo punto Meryl ha anche intonato quel brano davanti a me, sorridendo. E poi dopo qualche secondo è diventata la Miranda glaciale che tutti conosciamo. È stata buona la prima!»
Certo, i sequel raramente hanno la magia irripetibile dei primi capitoli. Ma questo film ha un pregio raro: non cerca di replicare il passato, prova a dialogare con il presente. Parla di generazioni che devono imparare a fidarsi l'una dell'altra, di amicizie nate sul lavoro che resistono al tempo, di una moda che prova a diventare più inclusiva senza aver ancora completato il percorso. E soprattutto racconta una verità semplice, quasi antica: la passione è una forza ostinata. Va oltre le ore infinite di lavoro, le delusioni e le discussioni. Alla fine, il messaggio arriva chiaro come un ordine sussurrato con tono glaciale: se lavori bene, con dedizione e visione, prima o poi vieni ripagato. Magari non subito. Magari dopo vent'anni. Ma succede. Sempre.

